Words & pictures by Clava

Il treno interregionale entra lentamente nella stazione dell’estremo nord-est dove la strada ferrata s’interrompe. Sono a Trieste. Domani si andrà oltre, con la speranza di incontrare quello che non si è immaginato di incontrare.

Ad attendermi tre Toscani, futuri compagni di viaggio: Righe da Prato, Gnabra da Arezzo e Gori da Nozzano Castello. Hanno già provveduto all’alloggio per la notte, un oratorio ci offrirà ospitalità in cambio di una piccola offerta.

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Tengo parecchio alla mia libertà di bestemmia e spenderei volentieri €30 per una camera d’albero pur di mantenerla ma per evitare di dividere il gruppo già dal primo giorno vedo di adeguarmi, non senza fatica.

Ci vengono offerti un pavimento, un lavandino ed un pulpito, sul quale studiamo le nostre Sacre Scritture: le mappe, in una cornice di effigi rappresentanti la Madonna col bambino.

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Ok! Ci siamo! Dopo essere stata benedetta, la crociata può partire… Invece no! Righe, con tutta calma, ci informa che la ruota posteriore della sua bici è collassata.

– “Così? Ancora prima di partire?”

Eh già. I  miei compari a Trieste ci sono arrivati pedalando e non si sono fatti mancare dello sterrato sulle rive dell’Isonzo. Mettici pure che il mezzo per il viaggio Righe l’aveva preso usato…

E’ domenica, l’unico posto aperto è un Decathlon all’interno di un centro commerciale. Fatta la sostituzione, partiamo che è già passato mezzogiorno.

– “Orario da Cani Sciolti” – dico io.

– “No, orario da coglioni” – ribatte Gori.

– “Appunto!”

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Appena fuori Trieste siamo subito inchiodati su di una salita che ci porta sull’altipiano carsico a 800m di altezza. Attraversiamo così l’Istria e planiamo sulla costa croata. Nel frattempo ha cominciato a piovere. Le numerose isole al largo della costa formano una barriera naturale che la proteggono dalle mareggiate: nelle insenature il mare è piatto. Ho come l’impressione di essere tornato a casa sul vicino lago di Como.

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Piantiamo la tenda sull’erba bagnata di un campeggio a Kraljevica/Porto Re. La tabella di marcia di Gori è già saltata, il ritardo è di 30km ma lui è comunque ottimista: “Domani si recupera”. Al che qualcuno risponde: “Come ne abbiamo persi 30 oggi, ne potremmo perdere 30 anche domani…” Sono d’accordo con lui ma resto zitto.

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Passata la notte, ripartiamo col sole. Torniamo sui saliscendi (che Gori chiama mangia&bevi) della strada costiera. I primi 50km li divoriamo, il morale è alto, il sole picchia. Decidiamo di fermarci a Senj/Segna per una birra. Entriamo in paese alla ricerca di un chiosco quando vedo Gori accostare a bordo strada. Righe lo guarda e con la sua tipica flemma propone: “Ma perché non andiamo a visitare quel castello?” Al che Gori risponde: “Stai zitto Righe, diomajale!”

Ahia!

“Dac a ment a ‘n scemu”, dai retta ad uno scemo, si dice dalle mie parti. Alexei Popov sostiene che il deragliatore non è intrinsecamente un oggetto buono, perché ha nel suo nome l’azione del deragliare, dell’uscire accidentalmente dai binari. Ecco, il deragliatore posteriore di Gori ha pensato bene di deragliare per andare a farsi un giro oltre la corona e tra i raggi. Risultato: due raggi rotti, catena spezzata, deragliatore storto.

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Ripariamo raggi e catena, by-passiamo il deragliatore ormai fuori uso e ripartiamo. Dopo pochi metri, sulla successiva salita, sento l’ormai noto “TRAC!”. Sull’asfalto vedo un lungo lombrico scuro: “Gori, dimenticato qualcosa?… La tua catena…” Prendiamo una decisione: Gori e la sua bicicletta saliranno sulla prima corriera per Zadar/Zara alla ricerca di un biciclettaio. E mentre uno cerca di levarsi dagli impicci il tempo scorre… Allora io, Righe e Gnabra ripartiamo sotto la stecca del sole delle 3 del pomeriggio.

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Ci troviamo su un pezzo di costa meravigliosamente incontaminato: nessun segno di urbanizzazione, una sola strada, nemmeno la ferrovia.

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Quando su una salita la mia catena comincia a cigolare insistentemente temo il peggio ma mi rendo conto che (e la cosa mi preoccupa) in realtà quello che sento è il frinire delle cicale ai bordi della strada. Paranoia? Allucinazioni? Sarà il caldo, saranno queste salite interminabili. L’ambiente circostante non consola. Il terreno calcareo non trattiene l’acqua e solo qualche cespuglio di macchia riesce a sopravvivere tra le rocce. Penso: “Rimanere senz’acqua quassù sarebbe un bel casino”. Troppo tardi. Accade. Lo dico agli altri e scopro che “fortunatamente” sono nella mia stessa situazione; sarebbe stato imbarazzante essere l’unico coglione! Per buona sorte, veniamo salvati da quello che crediamo essere un miraggio: Un chiosco nel bel mezzo del nulla, e una ragazza sorridente e prosperosa che vende birra ghiacciata con limone!

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Arriviamo a prendere il traghetto per l’isola di Pag/Pago che è l’imbrunire. Quando sbarchiamo, ci ritroviamo su quello che sembra un pezzo di crosta lunare; solo il casello per l’imbarco e noi tra le rocce bianche.

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Consultiamo la cartina. Il primo centro abitato, Novalja/Novaglia, dista una decina di km. Dobbiamo raggiungerlo, dal momento che siamo senza viveri e senza acqua. Fra noi ed il paese, un colle di oltre 400m d’altezza e la strada che punta dritto per dritto al suo sommo. Montiamo le luci e partiamo. Il silenzio viene saltuariamente rotto da dei belati; un’altra allucinazione? – mi chiedo. Che cosa mangiano queste pecore, dal momento che vedo solo pietre? Pedalo, vedo l’ombra di un cartello, lo oltrepasso, dietro Gnabra urla: “10%!” Mancano pochi metri allo scollinamento quando sento i grilli che cominciano a cantare, stavolta sono davvero tanti, aumentano, sempre più, ma che?… “TRAC!” Poi le gambe han cominciato a girare a vuoto: ho scatenato.

Sembrerebbe che le avversità siano come le iene che attaccano sempre in branco, sfruttando i momento di difficoltà della preda. Ormai non mi formalizzo più, non spreco neanche una bestemmia, raccolgo la catena, la piego e la metto in saccoccia, manco fosse un fazzoletto. Mentre scollino spingendo la bicicletta, vengo investito da un bordello di suoni elettronici e luci al neon colorate, provenienti da quel luna-park che è Novalja: eccoci servita la doppia faccia della costa croata.

Mentre cerco di aggiustare la catena appena fuori il campeggio, si presenta Righe informandomi che ci rimbalzano perché dopo le nove non lasciano più montare tende. “E poi!?!”

Troviamo una stanza in centro al paese, facendoci strada fra branchi di adolescenti che vagano con bottiglie di alcolici alla mano. Tornerei coleotteri tra le pecore fra le pietre ma non abbiamo viveri, è tardi e siamo esausti.

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E così eran terminati i primi due giorni di cammino, tra una quantità di imprevisti che uno mette in conto (ma anche no) di affrontare diciamo in tutta la durata di un viaggio del genere, non in 48 ore. Il ritardo accumulato era salito a 70km. Il giorno dopo, attraversata in lunghezza l’isola di Pag, abbiamo raggiunto Gori a Zadar/Zara.

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La sera, davanti a una birra, rimango sorpreso nello scoprire che, giocandoci però quel “giorno jolly” di riposo che avevamo a disposizione sulla costa croata, eravamo rientrati nei tempi di percorrenza previsti. Per riappianare il tutto, il giorno seguente, abbiamo dovuto affrontare una tappa da Zadar a Spalato di oltre 150km, che noi abbiamo per così dire insaporito seguendo quella che ormai è la nostra filosofia di viaggio: la strada giusta. La strada giusta è in realtà quella “sbagliata”, Maybe Wrong Valley. Bella fregatura dal momento che prendendo una via secondaria che tagliava verso l’interno, ci siamo trovati appiccicati come mosche su carta moschicida, sull’ennesima salita che ci porta sull’ennesimo altipiano, a circa 700m.

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Durante le lunghe ore in sella, fra le varie farneticazioni, siamo giunti alla conclusione che la parola discesa non esista in lingua croata, e che la gente di questi posti la consideri come una salita presa nel senso sbagliato…

E siamo così arrivati a vedere Spalato dall’alto.

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Il giorno seguente, avremmo girato le spalle al mare per puntare verso l’interno: direzione Bosnia.

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 P.S.: Prima di partire, avevo come snobbato la Croazia, forse perché mi era sempre stata raccontata come zona inquinata dal turismo di massa. La consideravo come una sorta di avvicinamento alla Bosnia, ove sarebbe incominciato il vero viaggio. Invece si era rivelata un osso duro oltre che un territorio aspro e affascinante. Il fatto che le mie aspettative fossero state smentite mi rendeva felice.

 

The train gets into the station of the extreme North East, where the railway ends. I’m in Trieste, tomorrow we’re going beyond, aiming to find what we haven’t imagined to find yet. Three guys from Tuscany are waiting for me, my future trip mates. They have already found a place to stay for the night, we’ll be guests of an oratory, if we give some offerings back. I do value my right to swear and I won’t have any problems in paying 30€ for a hotel room to keep that right indisputable but I don’t want to split the group on the very 1st day, so here I am. Our accommodation was made up of a floor to sleep on, a sink and a pulpit where we study the maps, our Holy Scriptures, with figures of the Virgin with the Child in the background. Ok, we’re ready! After being blessed, our crusade is ready to leave….or isn’t it? Righe quietly informs us that his backwheel is down. – “Just like that? Right before leaving?” – Yep. I forgot that my mates cycled to Trieste, even on the dirt patches on the banks of the river Isonzo, plus Righe bought a used bike to go on with this trip. It’s Sunday and the only place that’s open is Decathlon which is inside a shopping mall. Once the piece is replaced, we’re off the road and it’s noon already. – “Cani Sciolti’s time schedule style”, I say – “No, jerks’ time schedule style” says Gori back – “That’s what I said”. “ – Just outside Trieste, we find ourselves biking uphill to the Karst Plateau, 800 mt asl, we go through Istria to get to the Croatian coast. In the meanwhile, it started to rain. The islands offshore protect the coast from the seastorms, creating some sort of barrier, in the inlets the sea is flat. It feels like home to me, like the Lake Como area. We put our tent up on the wet grass in a camping site in Kraljevica, also known as Porto Re in Italian. Gori’s time schedule has already fallen through, we’re 30 km late but still he’s being optimistic: “tomorrow we’re going to catch up”. Somebody says : “ maybe you mean we’re gonna stay behind of 30 km more tomorrow aswell…..”, I think so too, but I don’t say a word. We wake up in a sunny morning. We get back on our up & down hills, (and Gori calls them “Mangia & Bevi”) on the coast road. We eat the first 50 km up, chins up and the sun shines. We decide to stop by in Senj/Segna for a beer. We go to the center looking for a kiosk when I see Gori pulling over. Righe watches him with his typical phlegm and says “ W,hy don’t we go visit that castle over there?” , Gori replies: “Shut the fuck up, Righe. Goddammit!” Ouch! “Dac a ment a ‘n scemu”, listen to a fool, we say where I come from. Alexei Popov stated that the derailleur is not a good object inherently, since it holds in its name the verb derail, go off the rails. So Gori’s derailleur decided to derail and took a walk through the chainwheel down to the spokes. So here we go: two broken spokes, a split chain and a twisted derailleur. We fix the spokes and the chain, we skip the derailleur, which is now completely out of order, and we’re on the road again. After a few meters, on the next uphill, we hear the same old CRACK! And then I see a long black earthworm on the street, “Forgot something, Gori?…your chain….”. Time to make a decision, Gori and his bike are going to catch the first bus for Zadar/Zara, looking for a garage to get the bike fixed. In the meanwhile, time flies, so Righe, Gnabra and I decide to get on the road under the 3 o’clock burning sun. We find ourselves on a magnificent uncontaminated piece of coast: no urbanization at all, only one road and not even the railway. When on a steep hill, my chain starts to squeak, I think for the worst but then I realize (and I’m a little concerned about that) the noise I hear is the sound of cicadas. Psychosis? Hallucinations? Maybe ‘cause it’s hot, maybe because of these neverending uphills. The landscape around doesn’t help, the chalky soil doesn’t hold the water and only some bushes survive among the rocks. “Running out of water up here would be a huge mess” I think. Too late. It happens. I tell the others and I find out we’re all in the same mess (luckily). It would have been embarrassing being the only one ass! For goodness sake we find something very close to a mirage: a kiosk right in the middle of nowhere, with a smiling flourishing girl that serves us iced beer with lemon! We get on the ferry to Pag/Pago island when the sun is going down. When we get off, we find ourselves on something that reminds us to the moon crust. It’s only us and the tool booth among the white rocks. We take a look at the map, the first inhabited centre Novalja / Novaglia is 10 km far. We have to reach it as soon as possible since we ran out of food and water. Between us and the town, a 400 mt high hill and the road leading us to its very top. We put the lights on and off we go. Silence is sometimes broken by bleating: another hallucination, I wonder? . What do these sheep eat? There are only rocks around here! I keep pedaling, I notice the shadow of a sign, I pass it and behind me Gnabra yells: “10%!”. Only a few meters to go and I hear the crickets singing, it’s tons of them, more and more and then…crack! And then my legs are pedaling loosely: my chain falls down. It looks like adversities are like a cackle of hyenas, attacking together right when the prey is having a hard time. No time to stand on ceremonies, no time to waste curses, I pick my chain up, fold it and put it in my pocket, as it was a Kleenex. While pushing uphill my bike, I get overwhelmed by electrical noises, colored neon lights coming from that luna park called Novalja: and there it was, the double face of the Croatian coast. While I manage to fix my chain just outside the camping site, Righe comes to tell me that they don’t let us in because it’s 9 pm already and it’s too late to put up tents. “What’s next then?” We find a room in the centre of the town, making our way through a lot of teenagers +wandering around drinking alcohol from the bottle. I wish I was among the sheep and the rocks again but it’s too late, we are starving and exhausted. Our first two days were gone, with all the accidents and glitches we took into account (and maybe not) that could have happened during the WHOLE trip and not only in the last 48 hours. Now we were 70 km late. The day after, we’ll crosse the isle of Pag to reach Gori in Zadar/Zara. At night, while having a beer, I’m surprised noticing that using that extra day we were supposed to use as a rest day, we caught up with the time schedule. On the next day, to fix it all, we were on our way from Zadar to Split, over 150km and we wanted to make it better, following the right way. The right way actually is the wrong one, Maybe Wrong Valley. What a bummer, since when we took an inner side street, it got us stuck like flies on flypaper on the nth hill that led us to a upland of 700 mt. During long hours on a seat, between rantings and ravings, we figured out that the word “downhill” does not exist in the Croatian language, and local people think about it as a uphill took in the wrong direction… And finally we got to see Split from above.On the next day, we turn over to go inland. Off we go to Bosnia. P.S.: Before leaving I ignored Croatia, maybe cause people always told me it was a place polluted by mass tourism. To me, it was just a way to get to Bosnia, where my actual trip was supposed to start. But at the end it was a tough nut to chew, with its harsh and fascinating landscapes. Knowing that my expectations were proven wrong made me feel happy.

 

  • Alvuz

    Le foto sono spettacolari, aspetto con ansia le prossime parti… Certo che avete avuto una sfiga da campionati del mondo in ‘sto due giorni

    November 14th, 2014 14:42
    Reply
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